LA FAMIGLIA CRESPI

 

La discendenza di questa famiglia, che risale ai tempi dei Romani, è molto numerosa; tra i personaggi più importanti troviamo:

 

A Busto abitavano molte famiglie di nome Crespi; esse però, con il passare del tempo, assunsero diversi soprannomi, come: Andreoni, Baganino, Bolino, Cordafina, Faccini, Forlani, Fornighino, Ghisaldo, Legorino, Mariotti, Masini, Morella, Perellino, Porro, Reghizzo, Roberti, Santini, Tangino, Vanino, Zoppino e molti altri.

Nel 1776 ben trentotto Crespi avevano un ruolo importante nell’attività commerciale e la maggior parte di loro si occupava della lavorazione del cotone.

 

IL CAPOSTIPITE DELLA FAM. CRESPI

Nel 1777, quando nacque Benigno, il fondatore della dinastia dei Tengitt, il nome dei Crespi era comunissimo a Busto Arsizio: ve ne erano trentotto che esercitavano un’attività economica, e molti di essi lavoravano il cotone.

Non si sa nulla dell'infanzia e della prima giovinezza di Benigno, forse lavorò come semplice operaio tessitore a domicilio. E’ probabile che ad un certo punto avesse attivato all'interno della sua casa di Busto una piccola tintoria, ed è per questo motivo che a quel ramo dei Crespi fu attribuito il soprannome in dialetto bustese di "Tengitt", cioè tintori.

Nell'aprile 1805 Benigno si mise in proprio nella produzione di fustagni, baseni e bombasine, cioè merce di rozza fattura ma di largo smercio che serviva a vestire i contadini.

Grazie al governo reale austriaco, che non ostacolò le industrie, Benigno poté aumentare la produzione e ampliare il suo mercato vendendo i suoi tessuti fino a Soresina, in provincia di Cremona (1894). Morì il 20 luglio 1854.

"TONI TENGITT"

Suo figlio Antonio, che era nato il 12 agosto 1807, a ventidue anni cominciò a compilare i libri-giornale dell'azienda paterna, prendendo a poco a poco le redini dell'impresa. In seguito si sposò con Maria Provasoli, proveniente da una ricca famiglia di fabbricanti di cotone.

"Toni Tengitt", così è conosciuto Antonio Crespi a Busto Arsizio, e suo padre Benigno utilizzarono il filato proveniente dalla Svizzera per rifornire i telai di famiglia.

Il 27 maggio 1883 morì nella sua casa bustese di via Roma.

LA TERZA GENERAZIONE DEI CRESPI

Il 18 ottobre 1833 nacque Cristoforo Benigno, il quale si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Pavia, ma per problemi economici fu costretto ad abbandonare gli studi. Dopo qualche anno, divenuto ragioniere, lavorò in banca e successivamente entrò negli uffici di Milano della grande ditta bustese di Francesco Turati.

In seguito Cristoforo conobbe Pia Travelli, appartenente alla borghesia benestante, e la sposò. Nello stesso anno concentrò i suoi affari sul cotone grezzo e in meno di un anno riuscì a formare un discreto patrimonio con il quale iniziò la sua ascesa personale.

Dopo qualche tempo Cristoforo non fu soddisfatto della sua attività, allora prese in affitto una fabbrica in dissesto a Vaprio d’Adda, in origine Stabilimento nazionale Archinto, fondato nel 1838 sotto il nome di Sioli- Dell'Acqua e passato nel 1855 al conte Giuseppe Archinto. Gli affari fruttarono notevolmente, ma improvvisamente il consorzio dei creditori Archinto decise di vendere all’asta lo stabilimento. Cristoforo allora acquistò altri fabbricati, che però fu costretto a lasciare a causa degli scarsi rendimenti.

Alla fine del 1886 acquistò una filatura a Baveno (sulle sponde piemontesi del lago Maggiore), alla cui direzione chiamò Vittorio Olcese; successivamente però venne venduta dal figlio Silvio. Probabilmente Cristoforo aprì una nuova filatura poiché credeva che questo acquisto sarebbe stato meno costoso di un ampliamento della fabbrica sull’Adda.

Nel 1906 si abbatté su questo personaggio una grave disgrazia: perse alcune delle sue facoltà mentali; inizialmente gli effetti della malattia furono devastanti (per molto tempo non fu in grado nemmeno di riconoscere i familiari), ma in seguito le sue condizioni migliorarono.

LA FIORENTE INDUSTRIA DI SILVIO CRESPI

La vita privata,...

Il 24 settembre 1868 nacque Silvio Benigno Crespi, che, non ancora ventenne, si laureò a pieni voti in giurisprudenza all’Università di Pavia.

Egli, durante le vacanze estive, si recò in Inghilterra e, come operaio, lavorò in una filatura di Oldham; fece esperienza come impiegato anche in un’altra grande casa cotoniera poi in banca, presso la sede londinese del Crédit Lyonais. Infine si trasferì in Germania e lavorò come "monteur", per conoscere in modo approfondito le macchine sulle quali lavoravano e avrebbero lavorato i suoi operai

Appena ventenne diventò direttore generale dello stabilimento sull’Adda e una volta maggiorenne il padre gli lasciò il controllo di tutti i suoi affari.

Il 3 gennaio 1893 Silvio sposò Teresa Ghiglieri e, nello stesso anno, Beatrice, sorella di Silvio, sposò il patrizio fiorentino Antonio Rosselli del Turco. In seguito Maria, un’altra sorella di Silvio, sposò il marchese Fracassi di Torre Rossano, il quale volle intromettersi nella gestione dell’azienda Crespi.

Nel 1895 nacque il suo primogenito Benigno

Il 15 gennaio 1944 morì in una villa sul lago di Como, stroncato dalla nefropatia.

...quella pubblica,...

Nel 1889 diventò Cavaliere e un anno più tardi segretario del circolo industriale agricolo e commerciale di Milano, un organismo che raggruppava importanti uomini politici liberali, grandi industriali e banchieri lombardi.

Nonostante gli impegni familiari continuò ad impegnarsi nella sua attività di presidente dell’associazione cotoniera e nella lotta contro il ministro delle finanze che voleva imporre una tassa sull’importazione del cotone greggio.

Il 25 giugno 1896 Silvio fondò insieme ad altri cotonieri una società che doveva gestire gli scambi con la Somalia italiana e soprattutto incrementare la coltivazione di cotone nella colonia

Dal 1° maggio 1898 lo stato italiano delegò ai cotonieri lombardi il governo di quest’ultima, versando per le spese della società ben quattrocentomila franchi oro all’anno.

Nel 1898 Silvio non poté più essere il presidente dell’associazione cotoniera, poiché si era inimicato i colleghi per aver pubblicato un rapporto sulla crisi del settore; negli ultimi tempi infatti vi era stato una sovrapproduzione che aveva portato i filatori a vendere al di sotto del prezzo di costo.

Si occupò anche dell’abolizione del lavoro notturno per le donne ed i bambini sia per ragioni umanitarie che per ragioni economiche, poiché lo considerava un valido espediente per limitare la produzione. Nonostante l’appoggio della maggioranza degli industriali la forte opposizione della minoranza creò molti ostacoli provocando persino l’uscita dall’associazione di alcune importanti aziende. Nella successiva assemblea generale si sarebbero dovute ribadire le deliberazioni prese nella precedente assemblea ma le discussioni furono così violente e prolungate che dovette fare approvare una mozione contro il lavoro notturno estremamente vaga e generica. Dopo poco tempo Silvio lasciò definitivamente la presidenza della Cotoniera ed il nuovo presidente Costanzo Cantoni si rifiutò di ridiscutere l’abolizione del lavoro notturno poiché motivo di discordie.

Pur non essendo più il presidente della Cotoniera, Silvio rimase un membro della commissione, incaricata dal Consiglio dell’industria e del commercio, di studiare la questione del lavoro notturno che successivamente provocò una spaccatura anche all’interno della Commissione. Silvio riaffermò il dovere dello Stato ad intervenire in difesa "dei più deboli" e la convenienza dell’abolizione per l’industria: la mano d’opera e la macchina insieme renderebbe di più lavorando solo dodici ore al giorno.

...quella aziendale,...

Nel 1890 Silvio fece installare una linea telefonica tra Crespi d’Adda e la casa di via Borgonuovo, perché voleva rimanere in continuo contatto con lo stabilimento: fu una delle prime linee telefoniche a grande distanza.

Nel 1894 un nuovo stabilimento, completo di telati meccanici svizzeri sarebbe stato pronto; esso però verrà inaugurato solo nel 1896 a causa della mancanza di forza motrice a vapore a integrazione di quella idraulica; questa nuova sede fu considerata un "vero gioiello nel suo genere".

Nel 1898 Silvio si impegnò a realizzare la completa integrazione del ciclo produttivo della Benigno Crespi: acquistò all’estero il brevetto THOMAST-PREVOST per la mercerizzazione dei tessuti di cotone (procedimento che li rende più morbidi e brillanti) ed iniziò la costruzione di un impianto di tintoria e di fissaggio, dotato di macchinari tedeschi. Silvio affidò la direzione del nuovo reparto al fratello Daniele; l’azienda era così in grado di controllare tutte le fasi della lavorazione, dall’apertura della balle di cotone all’uscita del tessuto finito; questo richiese l’impiego di cospicui capitali autofinanziati.

Nel 1902 l’azienda si ampliò notevolmente, arrivando a comprendere 36.600 fusi di filatura e 320 telai meccanici, ed a impiegare 1.320 operai (tre anni prima i fusi erano 30.000, i telai 200 e gli operai 1.000). All’espansione dell’azienda seguì un miglioramento qualitativo dei manufatti, che conquistarono importanti riconoscimenti alle esposizioni di Parigi (1900) e di S. Louis (1904).

A causa della malattia del padre e della pressione che Daniele esercitava sui familiari, Silvio decise di costituire una società che avrebbe rilevato la fabbrica di Crespi d’Adda e il cui capitale sarebbe stato portato solo dai figli e dalle figlie di Cristoforo. La partecipazione azionaria di Daniele sarebbe stata però solo formale e le sorelle non soddisfatte della loro posizione, si opposero; nonostante ciò il 3 febbraio 1910 venne costituita la Società omonima Benigno Crespi. Il presidente della nuova società era Cristoforo Benigno (che però non aveva alcun potere); Silvio, che investì 3.250.000 lire, era l’amministratore delegato, mentre Daniele, che investì (solo formalmente) 2.750.000, Domenico Fracassi e Antonio Rosselli Del Turco, cognati di Silvio e in rappresentanza delle sorelle che avevano investito 1.500.000 lire ciascuna, erano consiglieri. Gli unici "esterni" alla famiglia erano Emilio Grella e Alessandro Poss.

Nel 1929 Silvio espose a Mussolini il progetto di procedere ad una fusione commerciale tra la Benigno Crespi e alcuni grandi cotonifici italiani, in particolare il cotonificio Veneziano e le Manifatture toscane riunite; il duce acconsentì. Ma nell’attesa che l’idea fosse attuata le condizioni della Benigno Crespi non migliorarono: le vendite rimasero stabili, perché aveva la tendenza a produrre tessuti raffinati e quindi destinati ad un mercato estremamente limitato.

Il 1930 invece iniziò positivamente per la famiglia Crespi: la ditta infatti ottenne all’asta di Roma un’ordinazione di 70.000 m di satin nero per la milizia. Questa situazione positiva, però, cessò già nel febbraio. Da allora i Crespi poterono fare affidamento solo sulle camicie fornite alla milizia.

 

Tra il 16 e il 25 giugno si formò la società commerciale "Benigno Crespi-Veneziano e Toscane" (Bcvt). Lo scopo principale di questa società fu l’acquisto del cotone grezzo e delle altre materie tessili, la loro lavorazione negli stabilimenti ed infine la vendita. A Silvio fu attribuita la carica di presidente societario. Il figlio che pretendeva qualcosa di più della direzione tecnica reclamò per sé il potere decisionale dei costi di produzione.

In agosto la Bcvt venne a trovarsi in una situazione di profonda crisi provocata dal calo delle vendite e dell’enorme cifra di debiti contratti con la Banca Commerciale.

A settembre si susseguirono varie riunioni fra i Crespi ed esponenti della Commerciale allo scopo di risollevare l’impresa dal disastroso crollo. La Banca conferì l’incarico di Vice Presidente della Bcvt a Bruto Belli, un’affidabile contocorrentista della Commerciale. La Famiglia Crespi occupava un posto assai precario nel Consiglio di Amministrazione, infatti, dopo una serie di incontri, Toeplitz scongiurò il fallimento dell’impresa per rientrare in possesso dei crediti della Commerciale e riscattare tutti i possedimenti della Famiglia: azioni, il Palazzo di Via Borgonuovo, la villa d’Orta e il villaggio operaio. Il 30 ottobre i Crespi furono costretti ad accettare le condizioni imposte dalla Commerciale e all’inizio di novembre Silvio annunciò le proprie dimissioni (Ettore Conti sarà il suo sostituto). Anche con Belli le condizioni della società non migliorarono.

...e quella politica

Nel 1899 Silvio entrò attivamente nella vita politica diventando membro del Collegio di Caprino Bergamasco (nel quale era compreso lo stabilimento di Crespi d’Adda).

Come deputato, Silvio non si limitò alla funzione di notaio locale o a quella di rappresentante dei cotonieri, ma si mise a capo di un gruppo di giovani deputati chiamati, per la loro energia e la loro indole autoritaria e combattiva, "Giovani turchi".

Silvio e il suo gruppo erano contrari a qualsiasi tentativo dello stato di gestire direttamente qualche attività economica, sottraendo così spazio ai privati. Diversamente però Silvio voleva che la protezione dell’industria italiana ottenuta tramite i dazi doganali protettivi approvati dal Parlamento per tutelare i prodotti tessili cotonieri e lanieri fosse mantenuta inalterata o allargata; secondo Crespi lo Stato avrebbe dovuto anche intervenire in materia di legislazione sociale, per quanto riguarda l’abolizione del lavoro notturno.

Egli manifestò la sua inimicizia a Giolitti ed al suo partito opponendosi fortemente, nel 1905, al passaggio delle linee ferroviarie private allo Stato e rifiutando la carica di sottosegretario ai lavori pubblici offertagli dal primo ministro Fortis, fedele luogotenente di Giolitti, il quale aveva l’abitudine di aggregare i propri oppositori.

Il deputato Crespi, uno dei consiglieri di amministrazione della società del Benadir, nel 1904 fu coinvolto, con il padre Cristoforo, in uno scandalo originato dalla suddetta società, poiché essa aveva inviato E. Dulio (anch’egli consigliere) a governare la colonia; si mise a lucrare sul commercio degli schiavi, punendo, con fustigazioni a morte, torture e massacri, tutti quelli che non gli si sottomettevano.

Le responsabilità di questi atti ricaddero sul consiglio di amministrazione della società e perciò sullo stesso Silvio; ma ben presto, nonostante i processi e le polemiche, il caso fu chiuso e il Benadir passò sotto il diretto controllo dello Stato.

Silvio fu spesso anche consigliere dell’associazione cotoniera. Nel febbraio 1899 si accordò con altre dodici importanti aziende cotoniere esportatrici di filati, stabilendo che le ditte si comunicassero reciprocamente la qualità, la quantità, il prezzo e le condizioni di vendita della merce inviata all’estero al fine di dar vita ad una concorrenza seria e leale, fortemente desiderata da tutti.

Nel 1904 andò a Zurigo, dove partecipò al primo congresso internazionale degli industriali cotonieri, che diede origine a una federazione europea di categoria. In questo ambito Silvio riguadagnò il prestigio perso a causa della sua insistenza sull’abolizione del lavoro notturno.

La formazione di una centrale idroelettrica

Nel 1890 i suoi impianti costituivano più di un quinto dei fusi presenti nelle filature del bergamasco; essi, che producevano ininterrottamente tutto l’anno, vennero ulteriormente ampliati, a tal punto che la forza idraulica allora disponibile non era più sufficiente.

Silvio allora decise di costruire una grande centrale idroelettrica nei pressi di Trezzo, e dopo inutili richieste e varie difficoltà superate, ottenne nel 1900 la concessione per la derivazione d’acqua dall’Adda; allora si rivolse alla Banca Commerciale, in cerca di aiuto economico ma, a causa dell’ostilità del presidente del comitato centrale, il sostegno fu negato. Silvio però non si arrese ed il 14 marzo 1904 costituì con un capitale iniziale di due milioni, dei quali il novanta per cento sottoscritto dai Crespi ed il dieci per cento dall’Edison, la suddetta società.

Tre ingegneri diressero i lavori per la costruzione di quell’imponente impianto elettrico, che comprenderà dieci turbine di fabbricazione italiana e quattro potenti macchine a vapore sussidiarie di duemila cavalli della casa tedesca Krupp.

Nel marzo 1906 la centrale iniziò a funzionare a da allora i macchinari dello stabilimento sull’Adda vennero mossi dall’energia elettrica (il resto dell’energia prodotta a Trezzo venne distribuita a Monza, Bergamo, Lodi e Crema).

 

I primi sintomi della crisi ed il conseguente riscatto di Silvio

La Benigno Crespi, una della ditte cotoniere che più esportavano, fruttava apparentemente molto bene, ma in realtà, e per far fronte a difficoltà finanziarie di una certa importanza causate dalle perdite di capitali in favore di Daniele, la famiglia Crespi si indebitò verso alcune banche e dovette perciò cedere delle azioni dell’importante società idroelettrica di Trezzo sull’Adda e disperdere la preziosa pinacoteca creata da Cristoforo, rappresentante il maggior orgoglio culturale della famiglia. Da quest’ultima però i Crespi guadagnarono ben poco.

Ma gli anni di successo di questa famiglia non erano ancora finiti: Silvio, con tutti gli altri cotonieri, seppe approfittare dei vantaggi offerti all’industria dalla partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale.

Nel 1907 Silvio fu nominato presidente della Docks Cotoni, un organismo che aveva lo scopo di trovare dei rimedi alle alte tariffe di deposito imposte dai proprietari dei magazzini portuali. Nello stesso anno Silvio cominciò ad essere considerato dal ceto imprenditoriale lombardo come un punto di riferimento a cui rivolgersi in caso di problemi.

Silvio aveva colto tutti i frutti che danno la ricchezza e il potere: l’impresa Benigno Crespi aveva riportato numerose conquiste territoriali in ambito economico-commerciale, aumentando in gran misura i propri sbocchi commerciali, sia in territorio italiano che straniero. Grazie a questi successi l’impresa poté ampliare i propri impianti e di conseguenza aumentare la produzione.

L’impresa dei Crespi, in questo periodo, impiegava seicento operai: duecento maschi adulti, duecentocinquanta donne e centocinquanta ragazze e ragazzi sotto i quindici anni; una torre era il marchio di fabbrica dei Crespi e questa torre pareva incrollabile.

BENIGNO: LA QUINTA DINASTIA

Benigno, figlio di Silvio, nacque nel 1895 e condusse una vita fastosa e ricca di divertimenti che gli impedirono di occuparsi completamente dell’andamento dell’azienda. Nel marzo 1927 impostò una rigorosa specializzazione produttiva delle aziende e nel maggio propose la formazione di un gruppo di imprese cotoniere al fine di battere la concorrenza e coordinare tutte le vendite in Italia e all’estero. A giugno estese le funzioni di questo "trust" all’acquisto della materia prima e ad agosto Gino Olivetti (commissario dell’Associazione cotoniera) incaricò Benigno di trovare una soluzione alla crisi causata dalle vendite sottocosto.

Egli allora, con l’appoggio del sottosegretario delle corporazioni Bottai, organizzò un trust di tintorie di tessuti e a marzo partecipò ad una riunione della Cotoniera per costituire un sindacato filatori: la resistenza di alcuni potenti industriali, però, fermò ogni tentativo di imporre una linea comune.

Ma nonostante la riduzione dei salari degli operai la Benigno Crespi, verso la fine del 1928, entrò in crisi; allora, per cercare di riscattarsi, i Crespi studiarono l’applicazione della seta artificiale nei loro tessuti ed introdussero il "bedaux", che incrementò il rendimento della manodopera.

DANIELE: UNA DELLE CAUSE DELLA CRISI

Daniele, fratello di Silvio,che come è già stato detto si occupò della direzione della tintoria ed in particolare del reparto di finissaggio della Crespi d’Adda, era laureato in chimica industriale e nel 1902 ricevette dall’Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti un premio per l’introduzione di un procedimento di candeggio a base di ipoclorito di sodio prodotto per via elettrolitica.

Daniele però non era adatto ad occuparsi della tintoria, poiché sin da giovane si dedicò alla bella vita, trascurando gli studi e spendendo ingenti somme nel gioco e nei piaceri del mondo. I genitori Cristoforo e Pia furono così costretti ad accorrere in suo aiuto prelevando ingenti somme di denaro dalla cassa dell’azienda cotoniera.

Nel 1908 Daniele diventò deputato per la destra e verso la fine del 1910 creò nel sud una società per le conserve alimentari, che però andò in rovina. Silvio per evitare che il fratello fosse coinvolto in uno scandalo dovette versare molti milioni, mettendo in ulteriore difficoltà lo stabilimento.

Morì nel 1944, circa un mese dopo il fratello Silvio.

 

L’INDUSTRIA DI BENIGNO

Benigno, fratello di Cristoforo, nacque nel 1848 e fu uno dei rappresentanti più importanti di quella dinastia imprenditoriale; nella sua vita non incontrò ne’ momenti estremamente fortunati, ne’ drammatici, come invece capitò a Cristoforo e Silvio.

Nel 1891 la sua filatura di Nerva conteneva solo 12.000 fusi attivi e impiegava 240 operai; nel 1902 i fusi crebbero limitatamente 13.200, ma l’impianto di filatura raddoppiò nel 1902 ed i fusi salirono ad oltre 30.000 mentre gli operai erano circa 480. Nonostante questo sviluppo la Crespi e C. continuò a produrre pochi articoli e filati dal numero basso, ne’ aggiunse mai allo stabilimento i reparti di tintoria e di tessitura.

Benigno però trascurava la filatura, che era affidata ad un procuratore e al direttore; egli dedicava invece particolare attenzione ai beni agricoli nel novarese portati in dote dalla moglie ed a quelli da lui acquistati nel bergamasco, specialmente ad Albino.

Anch’egli prese delle iniziative imprenditoriali: nel 1902-03 decise di costruire una centrale idroelettrica a Gromo; essa doveva garantire l’energia motrice alla tessitura in caso di insufficienza della forza motrice idraulica. Fu l’inizio di quella che sarebbe stata la grandiosa "Azienda elettrica Crespi e C."; essa inoltre disponeva di una linea di trasmissione tra Gromo e Nembro di 40.000 volt, tra le più potenti in Europa.

Benigno partecipò anche ad altre imprese industriali come la costruzione della Fabbrica Lombarda Cementi, della Società elettrica per il canale Milani di Verona e del Cotonificio Valle Ticino.

Benigno ed il Corriere della Sera

Benigno Crespi divenne importante per essere stato comproprietario del "Corriere della Sera", la fonte più redditizia per l’industriale lombardo. Egli fu spinto dalla moglie, Giulia Morbio, il cui fratello, Pio Morbio, era fin dalla fondazione uno dei proprietari. Il giornale, che seguiva una politica antigiolittiana, si era trovato in gravi difficoltà finanziarie, così nel 1882 Benigno ne aveva acquistato una piccola parte, ingrandendola negli anni successivi e facendo aumentare di tre volte e mezzo la tiratura del giornale.

Nel 1898 entrarono nel "Corriere" altri soci, ma Benigno mantenne la metà del capitale sociale e, dopo la morte di un socio (Torelli), l’industriale raggiunse la maggioranza assoluta del capitale (il 57%). Benigno, pur disponendo del controllo del giornale, non riuscì mai ad influenzarlo politicamente, nemmeno per quanto riguardava l’abolizione del lavoro notturno, della quale era un convinto sostenitore , poiché si occupava personalmente dell’acquisto di nuovi macchinari

La lenta perdita del Corriere della Sera

I suoi tre figli Mario (1879-1962), Aldo (1885-1978) e Vittorio (1895-1963), paragonati da qualcuno al Signore Iddio (furono chiamati infatti "Trinità di persone e unità di voleri") riuscirono al contrario ad influenzare spesso il giornale.

Con l’avvento del fascismo Albertini, fratello di Benigno, manifestò la sua opposizione a Mussolini, ma i tre figli di Benigno, non volendo opporsi al duce diedero allo zio, il quale si ritirò in campagna, la sua quota di proprietà. Il "Corriere" divenne così un giornale fascista, per convenienza e per convinzione.

Dopo l’8 settembre 1943 però i Crespi, pensando ad un eventuale dopoguerra democratico, allacciarono rapporti con le forze della resistenza; la famiglia così, dopo la liberazione, continuò ad avere un peso decisivo nella gestione del giornale.

Ma a questo punto ci furono dei cambiamenti nella famiglia e nel giornale: Vittorio smise di occuparsi del "Corriere" e del cotonificio di Nembro, poiché attratto dai cavalli, affidò così gli affari al fratello Mario, il quale nel 1962 morì lasciando ai figli della seconda moglie (Fosca Leonardi) la sua quota di comproprietà del giornale. Il "Corriere" diventò così dei Crespi Leonardi.

Dopo la morte di Vittorio, il figlio Mario e i Leonardi cedettero la quota ad Agnelli e Moratti. Giulia Maria, figlia di Aldo, ottenne così la piena responsabilità della gestione editoriale, nel 1974 fu costretta a vendere la sua quota ad Andrea Rizzoli, che poco dopo acquistò le compartecipazioni degli altri soci. Con il ritiro di Giulia Maria i Crespi non avevano più nessuna influenza nel giornale e, già nei primi anni 60, essi avevano ceduto il cotonificio, mentre l’azienda elettrica veniva nazionalizzata.

I Crespi avevano così abbandonato qualsiasi responsabilità imprenditoriale; tuttavia le loro riserve patrimoniali rimasero abbondanti e non conobbero mai un vero e proprio crollo economico.

 

L’INSUCCESSO DI PASQUALE

Pasquale, uno dei fratelli minori di Cristoforo, dopo una serie di sfortunate vicende, nel 1906 dovette cedere al cotonificio veneziano la sua filatura di Verona. Questo fu il primo caso di grave insuccesso imprenditoriale nella storia dei Crespi; ma esso manifesta anche la rottura dell’antica unità della famiglia: nessun parente, infatti, corse in aiuto di Pasquale.

 

 

 

CRESPI D’ADDA, UN FEUDO COTONIERO

Il villaggio operaio creato dai Crespi attorno alla loro fabbrica è oggi un’attrazione turistica; in particolare Silvio Benigno Crespi aveva creato un esempio di "città sociale" con villette per gli operai, ciascuna con il proprio orto-giardino, la chiesa, la villa-castello del fondatore del villaggio (Silvio Benigno Crespi), i tre casermoni che in origine dovevano ospitare gli operai non ammogliati, l’asilo e le scuole elementari, il teatro, il pubblico lavatoio, l’albergo, l’infermeria, lo spaccio alimentare, il mausoleo Crespi e il cimitero. La chiesa in particolare venne iniziata nel 1891 e terminata due anni dopo a opera di L. Cavanaghi; essa è la riproduzione esatta, in scala ridotta, della chiesa di S. Maria in piazza di Busto Arsizio, in stile bramantesco. Si tratta perciò di un omaggio di Cristoforo alle sue origini bustocche.

Nel 1987 fu portata a termine la costruzione della residenza dei Crespi: un edificio a forma di castello medievale con due torri. Nel 1903, invece, venne eretto un busto in onore di Cristoforo. Nel 1909 circa il villaggio fu completato, e la gente che viveva a Crespi d’Adda godeva di ben poche occasioni di contatto con il mondo esterno; ciò era dovuto essenzialmente alla configurazione geografica dell’area nella quale era posto il villaggio.

Inoltrandosi nel villaggio ci si accorge subito delle profonde differenze di stili che in esso sono presenti: lo stile "povero" delle abitazioni operaie, quello bramantesco della chiesa e del castello, gli "shed" della fabbrica con decorazioni alla moda del quattrocento lombardo e, infine, il mausoleo dalla mole faraonica.

 

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