FAMIGLIA BOSSI
Famiglia tra le più antiche ed illustri della città. Esistono numerosi rami che probabilmente appartengono tutti ad uno stesso ceppo.
Giovanni Alberto nato in Busto nella seconda metà del XVI secolo, pregiato autore di componimenti poetici latini di cui si conservano presso la Biblioteca Ambrosiana, un manoscritto che contiene quattro libri in lode di S. Michele, una raccolta di inni sacri e di altri carmi diretti ai suoi amici Bustesi, un epitalamio (canto rivolto a Giovanni Galeazzo sesto duca di Milano, nella ricorrenza delle nozze con Isabella), un’ode al primo conte di Busto, un carme sulla bellezza del paesaggio circostante e sulla architettura della Villa di Cusago eretta da Ludovico il Moro e una lettera a Basilio monaco di Chiaravalle trattante argomenti teologici-morali. Scrisse infine un’operetta sulla grammatica latina stampata nel 1609 a Venezia.
Alcuni tra i Bossi si dedicarono al commercio della seta e del cotone ed altri al lavoro della bambagia. In tale attività si distinse Pietro Francesco che, nel 1776 era il primo tra i negozianti perché pagava la tassa di lire 175, la più elevata pagata dai commercianti.
L’esponente più illustre di questa famiglia fu Giuseppe Bossi nato nel 1777, stimato pittore e poeta paragonato al Parini. A 23 anni venne nominato segretario dell’Accademia di Belle Arti di Brera, quindi professore della scuola teorica di pittura. Nella propria abitazione accolse i giovani che apprezzavano l’arte. Le sue opere sono numerose e molto stimate. Le più conosciute sono la copia del Cenacolo di Leonardo Da Vinci e il quadro dell’Edipo. I cartoni della scuola del Petrarca e della pace di Costanza sono squisiti lavori di disegno, nel quale era molto più abile che nel colore.
Scrisse quattro libri intorno alla vita e alle opere dell’autore del "Cenacolo", il "discorso sull’utilità politica delle arti del disegno", un’epistola a Giuseppe Zanoia e le "vite dei pittori milanesi". Morì nel 1815 alla giovane età di 38 anni. Il Canova gli scolpì un’immagine, il Berchet lo celebrò in una epistola a Felice Bellotti e il Porta lo pianse in un sonetto dal quale traspirava il vivo ed il profondo cordoglio dell’amico.