La vita nell’oltretomba

 

Dopo che il morto è stato asperso di acqua lustrale e avvolto dal fumo dell’incenso, tre sacerdoti entrano nella tomba e fingono di risvegliare un altro sacerdote che raffigura il defunto ed è disteso a terra, simbolicamente avvolto in bende di lino.

Si solleva lentamente, poi la sua parte cambia: assume il ruolo di Horo, il figlio di Osiride. E annuncia al morto di riportagli l’occhio per godere delle offerte che gli vengono offerte; viene a questo punto compiuta "l’apertura della bocca e degli occhi".

Il volto del morto viene toccato due volte con una piccola ascia e con uno scalpello, uno dei sacerdoti fa il gesto di aprire con un dito la bocca e gli occhi della mummia. Una delle più grandi aspirazioni per un egiziano era di essere sepolto nella città santa di Abido, essa era la città di Osiride, in cui il dio era adorato col nome di "primo degli occidentali" ossia re dei defunti.

Durante il Nuovo Regno lentamente il culto funerario si democratizza.

Il defunto rivolge direttamente la sua preghiera a Osiride e a Ra. Domina una tendenza individualistica che trova espressione anche nella letteratura di quest’epoca: il morto non è più rappresentato sotto un aspetto astratto ma come fedele amico o padrone clemente, compianto dai sopravvissuti.

Le Ushebti, sono piccole figure a forma di mummia che danno idea di fornire al defunto dei servitori che nell’Aldilà potessero lavorare per lui. Queste figure in terracotta, in pietra calcarea o in ceramica azzurra, portano quasi sempre un iscrizione con gli ordini che il morto, loro padrone, rivolge ad esse: "O tu ushebti!"

Quando io sarò chiamato emesso in elenco per compiere tutti quei lavori che si fanno nel Mondo Inferiore, quando sarò chiamato, per coltivare i campi, per irrigare le rive, per trasportare a ovest la sabbia dell’est, allora dì ‘ Eccomi’, infatti, gli antichi Egiziani pagavano le tasse non solo in denaro, ma anche in giornate lavorative, erano tenuti a lavorare ogni anno un numero stabilito di giorni per lo Stato.

Frequentemente nelle tombe erano deposte esattamente trecentosessantacinque ushebti, perché ognuna di esse dovesse lavorare per un solo giorno all’anno, in modo che non sorgessero tra loro contestazioni a proposito dei turni.

Una vita piena di pericoli, di rischi, di insidie era quella che doveva affrontare l’egiziano appena aveva esalato l’ultimo respiro.

Al Sole, il dio benevolo che riscalda tutti gli uomini si fa appello perché mostri la giusta via all’anima del defunto.

Tuttavia, se da un lato si riteneva che ogni defunto divenisse un dio, dall’altro si continuava ad attribuire ai morti il desiderio e la capacità di rimanere in contatto col mondo dei viventi e di mescolarsi ancora alle vicende della loro famiglia: li si immaginava posseduti da sentimenti d’amore o di odio.

 

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